IL TEMA

SUL CONFINE CON LEGGERMENTE ELOGIO DEL CONFINE”  

Quando diciamo confine, pensiamo subito alla “emergenza” migranti, problematica di cui oggi tanto si discute, che risuona nel dibattito politico e che i media amplificano ormai quotidianamente.
L'idea di confine che ci viene restituita e che siamo indotti ad avere, è quella di confine come difesa/offesa, come frontiera/barriera.
Si va accentuando – di questi tempi – l'idea di confine che divide, che si accompagna a sentimenti di paura. Intorno ai confini si sviluppa diffusamente una sindrome regressivo-difensiva. Sui confini si incontrano e scontrano due paure, due angosce: quella di chi giunge, spesso disperato e senza dimora, in un mondo a lui estraneo e quella di chi si trova di fronte a sconosciuti che entrano nella “propria terra".
Si incontrano e scontrano diversità che sembrano irriducibili, inconciliabili: diversità di cultura, di lingua, di fisionomie, di identità …
Si ritorna a parlare di fossati da scavare e di muri da innalzare.
Il termine confine porta con sé anche concetti e modi di concepire l'appartenenza, la cittadinanza. Il dibattito pubblico, acceso attorno a questo tema, invita a prese di posizione emotive, nette, tendenzialmente polarizzate: di qua o di là, pro o contro In realtà, il tema del “confine” è complesso, non facile da maneggiare e suscettibile di equivoci, così come lo stesso titolo della rassegna “Sul confine” può indurre a pensare.
Ma quale confine?

E' inevitabile fare i conti con il problema del confine che segna l'esperienza di ciascuno di noi. Già da quando siamo immessi nel mondo, “gettati” nel mondo, nella vita, ci cimentiamo con il processo di differenziazione e con la questione della definizione di confini: Io/mondo, Io/Altro, interno/esterno, psiche/corpo, salute/ malattia, privato/pubblico ....
Tutto il processo evolutivo si concretizza con l'interiorizzazione di confini che fanno parte della vita e dell'esperienza di ognuno di noi.

La nostalgia di luoghi protetti sorge precocemente, le spinte ad un impossibile “ritorno all'indistinto” si trasformano in bisogno, ricerca, costruzione di “luoghi sicuri”, di luoghi, ,potremmo dire, dell”abitare”: i confini della propria stanza, il posizionamento degli oggetti, i confini della propria casa, quelli della famiglia, del giardino, della scuola, del proprio paese, del proprio territorio, della propria nazione....

Contemporaneamente e altrettanto precocemente insorgono spinte, desideri, irresistibili tensioni verso l'”andare oltre”, verso il superamento dei confini e dei limiti che noi stessi ci siamo dati.
Altri processi si attivano nel campo morale dove si determinano confini tra il bene e il male, il lecito e l'illecito. Si apre così la questione dei confini della libertà, dell'etica, del pensiero: tematiche che coinvolgono la scienza, la tecnologia, la filosofia, la poesia... L'idea di confine si dilata, si allarga, in parte si consolida, in parte si muove, si sposta, si trasforma nello spazio e nel tempo.

Nel passato remoto, dall'antichità al medioevo, l'uomo si è misurato con un'idea di confine il cui superamento veniva segnato dal peccato di superbia. Un esempio per tutti: Icaro verrà punito per il suo tentativo di volare troppo in alto con le ali che il padre, ingegnoso artigiano, gli ha attaccato alle spalle con la cera e che il sole scioglierà determinandone la caduta. A lungo la creatività e le innovazioni tecnologiche sono state considerate socialmente nocive o viste con sospetto.
Nella modernità si afferma la fede nel progresso che spinge verso il superamento del limite, verso l'innovazione, il cambiamento, la progettualità. La scienza e la tecnica vengono assunti come potenti strumenti imprescindibili per la produzione di cambiamenti e per il superamento di confini, fino a generare una sorta di delirio di onnipotenza, alimentando l'illusione di essere creatori del proprio destino e l'idea che in linea di principio non esistono limiti invalicabili. Il fallimento delle promesse della modernità (ricchezza e benessere diffusi, felicità per tutti), la constatazione che gli Stati non sono in grado di garantire e tutelare la sicurezza dei propri cittadini e che l'abbondanza annunciata continua invece ad accrescere le disuguaglianze sociali, la percezione di un mondo conflittuale e ostile, la chiusura e l'intolleranza diffusa nei confronti delle differenze culturali, fanno sì che le religioni, in modi diversi, si stiano prendendo la loro rivincita sulla modernità e, insieme, che si riproponga – in tutta la sua evidenza – il tema del limite.
D'altra parte la globalizzazione sembra aver attivato un processo irreversibile di smaterializzazione dei confini e di superamento dei confini stessi. I mezzi di comunicazione di massa, quelli materiali (treni, navi, aerei) e quelli immateriali (telefoni radio, tv, internet) contribuiscono ad alterare la percezione dei confini: vicino e lontano finiscono per coincidere, si riducono le distanze fino quasi ad azzerarsi, il passato e il futuro si riducono ad un presente continuo, al qui ed ora, singoli e comunità possono facilmente entrare in contatto.
Diffusa e inevitabile è la sensazione, indotta dalla rivoluzione tecnologica, di un effetto di trascinamento dall'essere dentro all'essere sul confine o spinti fuori dal confine. Ma fa parte anche dell'esperienza, la percezione dell'esterno che oltrepassa prepotentemente il nostro confine.
Internet, da parte sua, rende possibile un viaggio senza limiti, spesso senza meta predefinita o con limiti immancabilmente provvisori che “chiudono per aprire” e sono fatti per essere superati ad opera dei soggetti, potenziando la percezione illusoria di una libertà senza confini. Siamo tutti “imbarcati” in un mare aperto senza orizzonti. Non si dà né centro né periferia, si apre la dimensione di rete senza profilo definito. Si verifica una sorta di crisi dell'appartenenza. Siamo un po' tutti costretti ad uscire dal posizionamento tradizionale e spinti a cambiare spesso posizionamento. Cresce l'incertezza e la precarietà e, dalla crisi dell'appartenenza, emergono e si rafforzano risposte polarizzate: da una parte emerge l'orientamento ad una difesa tenace del proprio spazio vitale, delle proprie radici e il sogno di un ritorno ad una dimensione locale, territoriale, nazionale con proprie regole indipendenti da ciò che succede nel resto del mondo (utopia regressiva?).
Dall'altra si affacciano il sogno e la speranza in grado di accendere l'immaginario di una possibile cittadinanza globale, la visione di un mondo in cui non si abbia paura del futuro e dell'”altro”diverso da noi, di un mondo aperto alla pacifica contaminazione e convivenza delle diverse culture (utopia progressiva?).


E' possibile “una terza via”?

Certo è che si avverte la carenza di risposte, di forme di mediazione da parte della politica e l'assenza di un progetto comune per affrontare la complessità dei problemi che attraversano il tempo presente. D'altra parte la complessità fa scoprire i limiti della razionalità umana. Siamo costretti ad abbandonare l'ambizione di conoscere pienamente la realtà e di costringerla sotto il nostro completo controllo. Siamo costretti ad agire in assenza di una ragione forte, in assenza di verità: la scienza dichiara di non essere onnisciente, la tecnologia inciampa sui problemi radicali dell'esistenza. Rimangono tutti aperti i problemi di come stare sul confine e di che uso poter fare del confine. Confine come limite, frontiera, ostacolo(limes) o confine come ponte, “porta” (limen), come spazio con caratteristiche di apertura/chiusura (chiuso per proteggere, aperto per entrare in relazione con l'Altro)? 

Leggermente si vuole porre proprio “sul confine” inteso come “ limen, ponte”, per aprire un positivo orizzonte di riflessione pubblica su questa tematica nella sua complessità, capace di favorire la possibilità di mettersi in gioco, di favorire la sospensione e la presa di distanza dai propri eventuali pregiudiziali convincimenti, di attivare la rinuncia alla pretesa di essere depositari di verità. Ci si pone l'obiettivo di valorizzare la capacità di cogliere il potenziale del posizionamento sul confine come risorsa per leggere dentro di sé e nell'Altro, dentro la propria cultura e nelle altre culture.  

La parola “fine” viene dal latino finis, con-fine (cum finis) rimanda ad uno spazio comune, a una conclusione comune, ad un fine, un limite comune. Stare sul confine favorisce la formazione di un abito mentale e culturale che, condividendo uno spazio comune, rende impossibile continuare a parlare in modo oppositivo di “noi” e “loro”. Stare sul confine aiuta ad aprirsi alla venuta dell'altro e ad assumere un pensiero strategico: quello che ci consente di avanzare entro ciò che è incerto, aleatorio, complesso, quello che sperimenta soluzioni possibili ai problemi e permette di apprendere dalla “ messa in atto” utilizzando le conoscenze di cui si dispone per orientare l'azione comune, con un atteggiamento di ricerca continua e sistematica.  

Potremmo dire che il confine siamo noi con la nostra capacità di aprirci alla differenza, all'incontro con l'”Altro”.
  Buon cammino


 




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