SANDRA PETRIGNANI

SANDRA PETRIGNANI

«Piacentina per caso» è il titolo di un racconto autobiografico che scrissi per il quotidiano «L’Unità» un po’ di anni orsono, e infatti sono nata il 9 luglio del 1952 a Piacenza, in Emilia-Romagna, per caso. Nel senso che la famiglia ha altre origini: madre napoletana, padre romano di discendenza umbra. Era ingegnere dell’esercito italiano e quindi poco stanziale, come spesso i militari, mentre la mamma era farmacista. Gli studi sono stati fatti a Roma e, in piccolissima parte, a Bologna. Laurea in Lettere. Le prime pubblicazioni letterarie sono poetiche. Poi c’è una commedia,Psiche, o i fiori di Ofelia, messa in scena al teatro femminista romano La Maddalena nel ’77. Ero, invece, ancora all’università quando, mentre mi guadagnavo da vivere con supplenze scolastiche, baby-sitting, traduzioni, cominciai a darmi da fare nel giornalismo. Sporadiche cronache sull’ambiente studentesco per Il Messaggero di Roma che piano piano divennero collaborazioni fisse per i settori cultura e spettacolo. Scrivevo un po’ di tutto, dove trovavo spazio, di teatro, di cinema, di televisione, e recensioni di libri, interviste, inchieste. Dieci anni di gavetta che sfociarono nell’assunzione in quello stesso quotidiano solo nell’87. Poi, nell’89, sono passata al settimanale Panorama come redattrice culturale e negli anni avrei anche collaborato con L’Unità, con Il Foglio e con le riviste Diario, Liberal, Giudizio Universale, L’Espresso, Left. Per lavoro ho viaggiato parecchio, ed è uno degli aspetti del giornalismo che ho amato di più; mai, però, che a qualche direttore fosse venuto in mente di promuovermi inviato. Ma non me la sono mai presa troppo per la mancata carriera. Mi interessava altro: pubblicare i miei libri, far parte dell’ambiente artistico e letterario. Del resto anche le soddisfazioni giornalistiche passavano atraverso i libri: due case editrici diverse mi chiesero di raccogliere alcune mie interviste a prestigiose scrittrici italiane, a scrittori e a altri personaggi famosi in due volumi,Le signore della scritturadell’84 eFantasia&Fantasticonell’86.
Nell’81 miei versi venivano scelti per l’almanacco Poesia della Guanda (introdotti da Giovanni Raboni) e intanto andavo scrivendo quello che sarebbe stato il mio primo romanzo,Navigazioni di Circe, pubblicato qualche anno dopo. Mi ero sposata ventiquattrenne e, nell’83 è nato mio figlio. Intanto partecipavo con Vincenzo Cerami, Paolo Repetti, Malcolm Skey, Beniamino Vignola e un gruppo di giovani scrittori, fra i quali Fulvio Abbate, Marco Lodoli, Sandro Onofri e Sandro Veronesi,alla fondazione della casa editrice Theoria, un’avventura importante che avrebbe movimentato per più di un decennio il panorama editoriale italiano e di cui Giulio Einaudi, per esempio, era un grande, affettuoso, sostenitore. Alla rinfusa ricordo altri autori usciti da Theoria negli anni successivi: Valeria Viganò,Giulio Mozzi, Mauro Covacich, Rocco Carbone, Giampiero Comolli, Mario Fortunato… e tutti quelli che ora non mi vengono in mente. Theoria fu veramente un fenomeno nuovo che incuriosì molti intellettuali e faceva parlare i giornali. La fine, per problemi finanziari, della casa editrice nel ’95, ha segnato un brusco taglio, culturale ed esistenziale, nella mia vita. Nello stesso anno si concludeva anche il mio secondo matrimonio e si disperdeva il gruppo di amici, scrittori e critici, fra i più importanti Severino Cesari, che simpatizzavano con Theoria e partecipavano alle riunioni. Era la fine di un’epoca. L’editoria, in Italia e all’estero, sarebbe cambiata profondamente, pressata da una produttività fuori misura. E sarebbe cambiata l’immagine stessa degli scrittori, resi tali non dal riconoscimento degli altri scrittori, critici, intellettuali, ma principalmente dal numero di copie vendute e/o dalla personale capacità di stare su un qualche palcoscenico, in prima fila. Per non parlare della fine fisica di tante figure di riferimento: nel ’90 erano morti Giorgio Manganelli e Alberto Moravia, nell’ottobre del ’91 Natalia Ginzburg, nel ’95 Grazia Cherchi, la «zarina della critica italiana», cui dovevo un istruttivo editing e il lancio del mio terzo libro di narrativa,Poche storie.
Anche per il romanzo d’esordio (febbraio ’87) avevo avuto un primo lettore d’eccezione: Giorgio Manganelli, che non solo trovò il bellissimo titolo,Navigazioni di Circe, ma m’insegnò a riconoscere la mia propria voce di narratrice, il «battito cardiaco» – come diceva lui – della pagina scritta e a «uscire dalla clandestinità» per trovare il coraggio di pubblicare. Erano altri tempi: senza quegli scontrosi maestri, che sapevano incoraggiare ma anche essere molto severi, non ci si avventurava a dirsi, e tanto meno sentirsi, scrittori.
Da allora ho scritto molti altri libri, una grande quantità di articoli e tre radiodrammi per la Rai:Dopo cena(pubblicato dalla Eri),Anime perse,Faccio io. Insieme a Moni Ovadia, la lunga intervista compresa nel libroDedica(realizzato a Pordenone) e la sua autobiografiaSperiamo che tenga(Mondadori).

Per un caso del destino, grazie al terzo matrimonio (con un veronese stabilitosi nella zona qualche anno fa) mi sono ritrovata a vivere a otto chilometri da Amelia, la cittadina umbra da cui viene la famiglia di mio padre e di cui resta la traccia nel nome di un antico palazzo nobiliare del centro storico, Palazzo Petrignani, oggi proprietà del Comune. Vivo in campagna, dunque, dove passo la maggior parte del tempo, in mezzo a un gran numero di animali. Al momento due cani, quattro gatti, sette galline. Per il resto vivo a Roma, nel quartiere Trastevere.


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